Diari Terzo Incontro del ciclo “Conversazioni dal Sud. Pratiche politiche, educative e di cura”

Con questo terzo incontro abbiamo sostato per due ore sulla situazione del Mediterraneo, ascoltandola attraverso sguardi e prospettive differenti, che hanno contribuito ad arricchire la mia visione magari troppo semplicistica e disancorata alla realtà.
Ascoltare chi quotidianamente lavora in frontiera, mi ha messo di-fronte alle mie convinzioni, alle mie ingenuità e ai miei stereotipi. La questione di rifugiati, migranti, richiedenti asilo è una questione estremante complessa, che mi sembra sempre che ci sovrasti e forse il gioco della politica partitica è farci percepire come impotenti, inabili non solo a dare risposte, ma soprattutto a porre e porci domande! Invece come sosteneva la professoressa Mariateresa Muraca nella conclusione, questi incontri devono aiutarci a dare forma ad una pedagogia della domanda. Abituati come siamo dalla società attuale a cercare soluzioni, a raggiungere obiettivi, il rischio che si corre è quello di non porci più domande. Invece è proprio attraverso quest’ultime che possiamo riflettere sul presente e problematizzarlo, cercando così di mettere in atto azioni che possano promuovere il cambiamento che desideriamo.
Questo incontro mi ha parlato di politica, perché l’azione educativa e pedagogica sono azioni politiche, come Freire sapeva bene, ma come io fatico spesso a riconoscere! Queste azioni promuovono e attuano il cambiamento, perché già mettendole in atto, il processo di trasformazione si origina. Creare un’equipe multidisciplinare di professionisti specifici, formata e supervisionata costantemente è un’azione pedagogica, che promuove cambiamento non solo in chi può beneficiare direttamente del lavoro di questa equipe, ma anche in chi come me ascolta questa testimonianza, quindi nel mondo del sociale se così vogliamo chiamarlo… perché costringe ad accogliere la consapevolezza che il lavoro di rete, la formazione e la supervisione generano vitalità, spinta e riflessione critica. Come i cerchi che si creano lanciando un sasso in acqua. Questo credo sia politica!

 

Laura Santinelli, studentessa dell’Istituto Universitario Progetto Uomo

Da questo terzo incontro non posso non citare una parola: conoscenza. Alla base di tutto c’è la conoscenza, senza di essa non si ha consapevolezza dei fenomeni, dei numeri, del mondo e di tutto quanto ci circonda.
Un apprendere però dettato da una lucida consapevolezza critica, un approccio ad ampio raggio e non con filtri mediatici propagandistici centrati sull’ignoranza, sulla non conoscenza. È questo poi che porta a generalizzare, a rendere difficile un’accoglienza verso una umanità che sfugge, che combatte per la vita, che cerca di arrivare dove, forse, può essere un uomo o una donna libera. Perché è da ciò che non hanno che le persone scappano, costretti come nel caso dei profughi o in modo volontario come i migranti cosiddetti economici. Si scappa anche perché sfruttati, privati delle proprie risorse, per l’egoismo di una piccola parte del mondo, che da secoli si appropria ingiustamente di risorse che non sono sue, e tutto questo fatto nel peggiore dei modi. Alimentando conflitti, non incentivando cultura, attivando forme di assistenzialismo fine a se stesso, senza educare, per non coscientizzare e rendere “liberi” gli uomini e le donne.
Non rendersi conto di tutto ciò porta alla chiusura, all’indifferenza, agli stereotipi, a non riconoscere le persone che fuggono come soggetti aventi diritti e doveri. Come non vedere i numeri di queste persone? Come non ascoltare le loro assurde, tragiche storie dei campi lager, delle torture subite, delle violenze etc.
Quello che si fa invece si generalizza… come se non fossero persone, con le loro tradizioni, la loro cultura/e le loro esigenze, la loro umanità. Paura dell’altro, questo genera la non conoscenza, e questo è il cavallo di battaglia di propagande politiche razziste e populiste.

 

Tiziana Puzzovio, studentessa dell’Istituto Universitario Progetto Uomo

Continuo a chiedermi, dopo l’incontro di oggi, cosa potrebbe succedere se il sistema dell’accoglienza degli immigrati fosse basato sul principio della Pedagogia Critica!!
Probabilmente, davanti ad un cambiamento di paradigmi, cambia tutto, cambia il modo di vedere e percepire l’altro…forse ci sarà anche più disponibilità, apertura verso l’altro e soprattutto capacità di mettersi in posizione di ascolto attivo accogliendo l’altro nella sua totalità…

 

Hassania Lakrad, studentessa dell’Istituto Universitario Progetto Uomo

Il tema della diversità e dell’alterità ci riguarda praticamente tutti, da sempre.
Purtroppo ancora assume per molti una connotazione negativa, il diverso viene visto troppo spesso come qualcosa di negativo e da prevaricare.
Quella dell’immigrazione nel mar Mediterraneo è una tematica decisamente conosciuta e presente da innumerevoli anni. Quello su cui servirebbe concentrarsi riguarda la pericolosità e gli aiuti ai migranti, che non sono sufficienti e che comportano un numero sempre maggiore di morti in mare.
Mi è particolarmente piaciuta la riflessione sulla tematica dell’accoglienza, che va vista più come un diritto anziché come una missione, in giro ogni essere umano porta con sé dei diritti e dei doveri che sono e devono essere inviolabili.
Anche qui è subentrata l’importanza del dialogo, della mediazione e dell’incontro, che ci permettono di conoscere gli altri e non averne paura.
Fondamentalmente il razzismo nasce proprio da questo, dalla paura che unita ad una massiccia dose di ignoranza porta all’isolamento e all’odio verso l’altro. Riflessioni che, a parer mio, necessitano di uno spazio da parte di tutti.

 

Alessia Vecchioni, studentessa dell’Istituto Universitario Progetto Uomo

Si apre la conversazione parlando di diversi temi antirazzisti e critici che interessano il Mediterraneo. È fondamentale pensare ad una giustizia sociale più ampia che si interessi di queste tematiche, parlando delle politiche europee che escludono i principi solidali favorendo l’individualismo personale. Va sottolineata la responsabilità individuale delle persone, i cittadini sono coloro che fanno la differenza. Il dialogo è il concetto chiave che mette l’accento sull’abilità di sentire e conoscere il pensiero dell’altro. Si parla dell’aspetto del sistema educativo, sul comprendere le altre culture e religioni per valorizzare nel Mediterraneo le popolazioni attraverso il dialogo per divenire elementi integranti delle società. Riferimenti forti sono fatti nella lotta per la protezione internazionale presentando dati che sono destinati ad aumentare nell’arco degli anni, le statistiche però ci fanno capire che ad esempio l’Italia rientra tra i primi dieci paesi che accoglie rifugiati, ciò ci fa comprendere come i media strumentalizzino questi dati. Durante questa presentazione si comprende perfettamente l’importanza dei rifugiati, dei conflitti di natura politica che costringono questi ultimi ad abbandonare il proprio paese di origine e di conseguenza lo sfruttamento che ne consegue. Molto interessante è stata l’esperienza di una relatrice rispetto alla domanda fondamentale di chiedersi, qual è il ruolo degli operatori davanti a persone estremamente capaci con un gran bagaglio di vita? La risposta da ricercare è sul bisogno di essere capaci di vedere con gli occhi altrui perché noi pensiamo sempre a lavorare nel nostro mondo, con la nostra logica non con quella dell’altro ed è qui che bisogna imparare ad essere pronti all’ascolto e alla curiosità di modi di fare completamente diversi dai nostri. Si passa poi a fare un giro di conversazioni per approfondire la panoramica riflessiva e teorica di tutti relatori e partecipanti, viene espressa la volontà di riscoprirsi e conoscersi per comprendere gli uni e gli altri conservando ognuno le proprie radici imparando l’accoglienza. Interessante anche questo incontro sotto molti punti di vista che ci aiuta a mantenere sempre gli occhi vigili su una tematica che riguarda tutti noi nessuno escluso.

 

Livia Crescia, studentessa dell’Istituto Universitario Progetto Uomo

Come si accoglie? Chi si accoglie? Secondo me, queste sono state le due domande su cui ci si è incentrati in questo terzo appuntamento. A volte consideriamo il migrante come un soggetto bisognoso di cure puramente oggettive, bisognoso solo di un tetto o di un maglione. Non lo consideriamo come persona portatrice di sogni, di ideali, di storia, di cultura che non possiamo mettere in secondo piano, non possiamo non considerare. Un confronto molto interessante, tanto più per me che lavoro, da poco, in un dormitorio per persone senza fissa dimora, tra cui anche migranti, della Caritas della mia Diocesi. Una riflessione molto interessante che mi ha permesso di comprendere molte altre cose, a volte ritenute anche scontate. Il migrate va accolto, incontrato, ma non secondo i nostri schemi, i nostri modelli di accoglienza, secondo i nostri canoni. Egli va accolto come persona che porta nella sua “valigia” personale un vissuto, una storia di vita che non può e non deve essere trascurata, perché è la vita dell’altro, e quella vita per me educatore è importante. Molto interessante anche l’intervento sulle procedure di protezione internazionale in Italia.

 

Giuseppe Cutillo, studente dell’Istituto Universitario Progetto Uomo

In questo terzo incontro sostiamo nel mediterraneo. Si parla di flussi migratori, di richiedenti asilo, di migranti e lo si fa da molti punti di vista: pedagogico, critico, procedurale, empirico e pratico.
Le esperienze e gli interventi ascoltati mi mettono di fronte all’ingenuità e alla semplicità con cui molte volte mi approccio a questi argomenti e a queste realtà.
Questo tuttavia non mi demotiva, anzi mi rivela qual è il mio stato attuale, il punto di partenza dal quale posso orientare la mia riflessione verso la ricerca di un senso più profondo e meno contaminato, che possano rendere il mio agire educativo sempre più orientato verso orizzonti possibili e auspicabili di sorellanza e fratellanza.
Ascoltando le riflessioni e le testimonianze dei vari relatori, sempre più comprendo quanto sia importante cecare forme di narrazioni altre, alternative, popolari, che scardinano il sistema predominante ed egemonico di pensiero, che aprono a una pluralità di punti di vista e ai vari “interstizi” di incontro e che diventano generatori di domande. Come ha detto la professoressa Muraca nelle conclusioni dell’incontro, non si tratta di concludere un argomento o un discorso mettendo tutti d’accordo, ma di collocare delle questioni e far sì che da questo movimento di “collocazione” nascano interrogativi sul proprio modo di fare e di pensare.
L’immagine che si forma nella mia mente, mettendo insieme non tanto le informazioni ricevute quanto proprio i messaggi che da queste informazioni riesco a intercettare, è quella di una rete. Una rete in mezzo al mare, una rete di speranza e competenza, una rete di solidarietà e specificità, una rete di esperienziale e procedurale, una rete sensoriale fatta di ascolto, tatto, sguardo, di corpi che si incontrano e vicendevolmente si sostengono. Una rete multidisciplinare e multisensoriale, che possa mettere al centro la persona e i suo bisogni senza mai dimenticare la sua storia e le sue origini.
Una rete che, prendendo in prestito le parole del professor Pisanu, coglie e accoglie

 

Veronica Lazzari, studentessa dell’Istituto Universitario Progetto Uomo

In questo terzo incontro del Ciclo “Conversazioni Del Sud” tra gli argomenti trattati mi è rimasto impresso l’intervento dell’educatrice culturale Naima Fadil, di origine marocchina, la quale ha portato la sua esperienza di lavoro sui progetti educativi per i richiedenti asilo nel nostro paese. Il suo ruolo consiste nel facilitare l’apertura tra mondi diversi costruendo, attraverso la fiducia, un prezioso rapporto umano con le persone che incontra per fare in modo che queste vivano nella maniera più serena possibile nel loro progetto educativo individualizzato. Naima ha parlato del momento dell’accoglienza in un’ottica di pedagogia critica come di un’opportunità di apprendere dai migranti la loro cultura con tutte le loro esperienze che non solo di disperazione ma anche di ricchezza e di scambio. Nel suo intervento finale ha ricordato le parole profonde del Presidente della Repubblica Italiana Mattarella che ha ricordato che il modo con il quale i profughi verranno accolti e anche l’intelligenza con cui verrà affrontato il tema dell’immigrazione sarà anche il modo in cui il nostro Paese potrà dimostrare al mondo intero la qualità di una vita democratica.
La complessità, la ricchezza e la profondità dei temi trattati riguardo la Pedagogia critica e antirazzista nel contesto del Mediterraneo mi hanno fatto riflettere e soprattutto sperare in qualcosa di bello, che tende ad unire i popoli e non a dividere come purtroppo oggi accade in tante situazioni. Si è parlato di politiche europee che non sempre tendono ai principi umanitari ma bensì a sistemi individualistici e competitivi. Purtroppo nella società in cui viviamo la tecnologia avrebbe dovuto portare benessere invece questo tipo di tecnologia che produce strumenti in modo esponenziale ha ridotto l’uomo ad un isolamento e ad un malessere che avanza a tutti i livelli personale, relazionale e comunitario. L’unica cosa che conta è il profitto e l’uomo stesso è ridotto ad un oggetto anziché un soggetto. L’altro ci spaventa, ci fa paura e le parole di Naima dicono che è proprio lo sguardo dell’altro che ci permette di veder la nostra ombra e che è anche attraverso l’incontro con l’altro che possiamo crescere e apprendere profondamente. Conoscendo le sue radici, le sue origini possiamo diventare creditori l’uno dell’altro e arricchirci delle rispettive culture. Questa è l’alternativa che propone l’approccio della pedagogia critica, impostata sul dialogo, dal quale vedere l’immigrato come fonte di ricchezza e il quale afferma che ogni programma educativo non può essere di tipo assistenziale ma deve coinvolgere il più possibile le varie culture ed etnie in uno spirito democratico disposto ad aprirsi verso gli altri e le culture capaci di arricchire la società.

 

Maria Stabile, studentessa dell’Istituto Universitario Progetto Uomo

L’incontro sulle questioni delle lotte migratorie nel Mediterraneo mi ha regalato un’ulteriore preziosa occasione di apprendimento e approfondimento delle tematiche educative nel panorama interculturale. La suggestione più grande che mi ha rimandato quest’incontro è legata all’importanza della storia all’interno dei movimenti sociali progressisti odierni in termini di memoria, conoscenza e sviluppo culturale. Educatori della pedagogia critica del calibro di Gramsci e Don Milani fecero, in tempi non sospetti, riferimento alla questione coloniale in Africa denunciando il ruolo di invasore che molti paesi europei rivestirono, gli stessi che ancora oggi perseverano una politica del rifiuto e della non accoglienza nei riguardi dei richiedenti asilo e dei migranti vittime di conflitti politici. Mi colpisce tantissimo il concetto di messa in discussione delle rappresentazioni culturali che respiriamo in ogni ambito della nostra società. I media e i social ci portano ad immaginare “l’altro” in una posizione di distacco e passività, ci abituano a UDIRE ma non a SENTIRE, impedendoci una conoscenza autentica del punto di vista e del sapere dell’altro. Mi arriva una forte urgenza di ripensare alla questione delle migrazioni facendo tesoro delle esperienze di natura popolare nelle quali affonda le radici la pedagogia critica di Paulo Freire, ossia immaginare l’immigrato come SOGGETTO e non OGGETTO. L’esperienza dello Sprar di Lamezia Terme ne è la testimonianza e mi fa riflettere sulla necessità di investire su figure professionali in grado di saper utilizzare non solo competenze specifiche ma competenze valoriali, fondate sul principio del NOI come opportunità di apprendimento reciproco, sul dialogo come primo strumento di accoglienza e democrazia che si contrappone al concetto di assistenzialismo. Percorrere la strada della promozione e dell’impegno sociale come diritto primario del richiedente asilo e rifugiato è la prima grande responsabilità che lo Stato dovrebbe avere in termini di processi educativi e trasformazione politica e sociale.

 

Sara Fusco, studentessa dell’Istituto Universitario Progetto Uomo

Purtroppo ancora oggi in Italia tutto ciò che riguarda migranti e richiedenti asilo è circondato da infiniti luoghi comuni e ritengo che non si sia sviluppata una sensibilità ed un’apertura mentale tale che possa permettere accoglienza ed inclusione corretta. Abbiamo potuto constatare, grazie anche ai vari interventi e alle testimonianze del nostro incontro, che nonostante gli assunti teorici e legislativi presenti nel nostro paese, ci siano ancore grandi difficoltà nella messa in pratica di essi per far sì che vengano assicurati accoglienza, tutela, protezione e inserimento sociale, lavorativo e scolastico, nonché una dignità come persone. A mio parere, ciò di cui siamo manchevoli è una riflessione più profonda: fondamentale sarebbe conoscere la storia personale e politica di appartenenza, capire quali siano i bisogni, rimodulare i progetti educativi ed i curricoli scolastici. Inoltre non sottovalutare l’importanza del dialogo fra culture differenti, dialogo che parte dal nostro punto di vista, tanto quanto dal punto di vista dell’altro, scardinando pregiudizi e stereotipi; molto spesso è necessario cambiare la prospettiva per comprendere. Tradizioni, parole, modi di fare assumono sovente significati diversi tra una cultura e l’altra. Accogliere non significa assorbire ma aprirsi all’altro, conoscere l’altro affinché questo possa trovare un proprio “posto” in una casa che è non più la sua casa, che possa riconoscersi come persona, che possa avere i mezzi e gli strumenti per continuare la propria vita con dignità.

 

Beatrice Ceccarani, studentessa dell’Istituto Universitario Progetto Uomo